Le prime pistole semiautomatiche militari italiane

di Antonino Lentini

Glisenti 1910


“Dalle note contenute in questo diario, del 17 e del 18 ottobre, risulta che l’offensiva tedesca era attesa, e che i comandi l’aspettavano specialmente nel settore di Tolmino (testa di ponte austriaca). Ricordo che il tenente Cola mi disse più volte oralmente che si sapeva esservi pronte all’attacco delle divisioni tedesche.”

– Carlo Emilio Gadda – Giornale di guerra e di prigionia –
 
 
“La comparsa di nuovi concetti di armi ha gradualmente reso indistinto il volto della guerra. L’attacco di un solo pirata informatico va considerato come un atto ostile o no? L’uso di strumenti finanziari per distruggere l’economia di un paese va visto come una battaglia? …Dobbiamo inevitabilmente trovare un nuovo nome per questa nuova forma di guerra, uno scenario che trascende qualsiasi confine e limite. In poche parole: una guerra senza limiti”

– Qiao Liang / Wang Xiangsui – Guerra senza limiti –
 

Prologo

La possibilità di avere più colpi a disposizione fu sempre ricercata nella progettazione delle armi da fuoco, con meccaniche complesse e ingegnose ma di non facile uso, come i settecenteschi fucili a pietra del sistema Lorenzoni. Un progresso si ebbe verso il 1860 con l’ingresso in uso del bossolo metallico, che consentì finalmente affidabili meccaniche a ripetizione manuale e più colpi per carabine e fucili già in uso nella guerra di secessione, e persino mitragliatrici come la Gatling (manuale a manovella!). Ma l’idea di sfruttare l’energia liberata dalla deflagrazione della polvere per azionare un cinematismo che automaticamente eseguisse la ripetizione non poteva ancora essere realizzata, per mancanza di possibilità tecniche.

Il che capitò anche a Leonardo da Vinci, che come ingegnere ideò meraviglie irrealizzabili per mancanza di materiali, tecniche e fonti di energia adeguati. Il problema era il propellente, la polvere nera, che non dava sufficiente costanza di rendimento e lasciava troppe fecce per il funzionamento di un automatismo. Anche se a metà ottocento grazie ai progressi nei metodi di lavorazione e alla scelta di adatte composizioni e graniture si era arrivati a produrre tipi di polvere nera specifici per ogni uso possibile, essa è pur sempre un miscuglio eterogeneo di tre componenti non legati tra loro, con problemi di igroscopicità, sensibilità e vivacità nel rendimento balistico.

I progressi ottocenteschi nella chimica avevano portato a ideare esplosivi deflagranti di lancio, che erano non miscugli ma composti chimici, ovvero sostanze in cui i componenti sono chimicamente legati in una formulazione certa e di caratteristiche costanti. Per nitrazione (reazione con acido nitrico) della cellulosa si era così prodotta la nitrocellulosa e per nitrazione della glicerina si era prodotta la nitroglicerina. La nitrocellulosa, singolarmente o unita alla nitroglicerina, poteva essere processata per produrre esplosivi propellenti omogenei di favorevoli caratteristiche, formati in piccoli elementi solidi che non sono “polvere” ma forme geometriche ben definite e studiate per ottenere con velocità di combustione relativamente bassa uno sviluppo dei gas progressivo, oppure costante o degressivo.

I nuovi propellenti erano superiori alla polvere nera. Furono chiamati “polveri infumi”. Essi presentavano vantaggi come: lavorabilità, stabilità, costanza, progressività di combustione e molta maggiore energia come propellenti balistici, possibilità di calibrare gli effetti tramite la miscelazione dei composti, non producevano quasi fumi e vampe e soprattutto non lasciavano fecce sporchevoli. La costanza di comportamento era decisiva per il corretto azionamento dei meccanismi automatici.

Nel 1884 in Francia fu adottata la Polvere-B, ottenuta per gelatinizzazione della nitrocellulosa con una miscela di alcool ed etere, ottimo esplosivo propellente per il fucile Lebel da 8mm. Fu l’inizio di una corsa al riarmo delle potenze europee, con l’adozione di analoghe potenti polveri, che con più piccole cariche di lancio e pressioni non eccessive potevano imprimere alte velocità a pallottole leggere di calibro più piccolo, dai precedenti 10-12mm a 6-8mm. Non casualmente la prima vera mitragliatrice, la Maxim, fu adottata dall’esercito inglese nel 1889. Col bossolo metallico e le nuove polveri, era iniziato il tempo delle armi automatiche.

I Precursori

I puristi le chiamano semiautomatiche, qui invece automatiche come i libretti di istruzione dell’epoca. Per le armi corte la possibilità di automatismo fu subito indagata da inventori che realizzarono le prime favolose pistole a ripetizione automatica (Clair, Schoemberger, …) a cavallo del 1890, cui seguirono molte altre realizzazioni sia di armi che delle relative cartucce, prevalentemente in ambiente mitteleuropeo o germanico. Tutte assai ingegnose ma tutte diverse, non essendo evidentemente ancora chiaro come dovesse essere la pistola automatica per il miglior utilizzo. In questa prima generazione spiccano la C96 Mauser (1896), la Borchardt-Luger (1893), le varie Roth-Krnka. Tutte armi di ammirevole complessità e di discutibile ergonomia, causa l’organizzazione meccanica scelta per l’automatismo: i problemi progettuali di cui non c’era ancora esperienza erano molti e il principale era il sistema di chiusura meccanica tra canna e otturatore necessario per sostenere lo sparo di cartucce potenti.

È ovvia ma non sempre evidente la favorevole condizione che sfruttare l’energia liberata dalla deflagrazione della polvere per azionare gli automatismi non diminuisce l’energia ceduta al proiettile sparato. Infatti, considerando allo sparo arma e proiettile come un “sistema isolato” vale il secondo principio della Dinamica o legge di conservazione della quantità di moto:

   mv = MV   (vettori quantità di moto eguali in grandezza ed opposte in verso)

con m e v massa e velocità del proiettile sparato e M e V massa e velocità di tutto il resto: arma, tiratore, eventuali sostegni, ecc. Il che significa che mentre il proiettile va a far danno con la sua quantità di moto intatta parte di quella eguale e contraria dell’arma può essere sfruttata per gli azionamenti. Questo spiega come la sensazione di rinculo data dalle armi automatiche sia minore che per le armi senza automatismi.

La conservazione della quantità di moto implica che l’impulso totale (F•∆t) impresso dalla pressione di canna è nullo. Essendo esso esercitato sul fondo del proiettile e sulla faccia dell’otturatore ciò significa che il meccanismo subisce un impulso eguale e contrario del proiettile. È così evidente che per un corretto funzionamento un’arma automatica deve utilizzare cartucce di caratteristiche dimensionali ed energetiche precise e costanti per le quali deve essere esattamente progettata. Il che per proiettili di cartucce potenti implica meccanismi proporzionalmente robusti e l’adozione di adeguati cinematismi di chiusura. Infatti occorre che per espellere il bossolo l’arma si apra non prima che la pressione residua all’interno canna sia minima, ovvero che il proiettile sia uscito, per evitare lo scoppio del bossolo e altri danni.

Questo ritardo di apertura si ottiene con sistemi di chiusura tra canna e otturatore che sono classificati di tre tipi: labile, metastabile, stabile.

  • Chiusura stabile: esiste un vincolo meccanico tra canna e otturatore che allo sparo è automaticamente rimosso lasciandoli liberi di aprirsi solo dopo il tempuscolo necessario in cui canna e otturatore arretrano uniti. Chiusura sicura per cartucce potenti ma complessa meccanicamente.
  • Chiusura metastabile: non c’è un vincolo meccanico ma un dispositivo di varia conformazione che frena l’otturatore nel suo movimento di apertura, con canna fissa o no. Caratteristiche come la precedente.
  • Chiusura labile: non c’è alcun vincolo, la canna è fissa e l’inerzia dell’otturatore e la resistenza delle molle presenti contrastano l’arretramento dell’otturatore. È la più semplice ma limita la potenza delle cartucce utilizzate.

Le armi della prima generazione di automatiche furono quasi tutte a chiusura stabile e non essendoci ancora esperienze sull’impostazione migliore per un’arma corta automatica ci fu una fioritura di ingegnosi complicati modelli di struttura differente e di aspetto assolutamente non ergonomico che agli occhi del postero smaliziato appare alquanto bizzarro. Una piccola antologia di questi primi modelli è riportata sulla seguente immagine: l’inventiva al potere!

– Prime semiautomatiche –

Tra i tanti modelli alcuni, oggettivamente i migliori, furono accolti più favorevolmente ed ebbero un successo duraturo e internazionale, in particolare la Luger derivata direttamente dalla Borchardt e la Mauser C96.

Lei fu la prima

Ovvero la Mauser Marina o C99 (figura sotto) di cui in bibliografia è citato un bel libro che riporta la complessa storia dell’arma [1]. La Marina Italiana con una scelta all’avanguardia adottò la Mauser in un modello dedicato, la 1899, conosciuta tra i collezionisti appunto come Mauser Marina. Scelta forse anche perché in quegli anni il Regno d’Italia era germanofilo e impegnato nella Triplice Alleanza con Austria-Ungheria e Germania, prima di cambiare alleati durante la Grande Guerra come d’abitudine per casa Savoia.

– Mauser Marina (C99) –

Qui se ne illustra la particolare meccanica, con l’esploso relativo però al simile modello “9 rosso”:

– Esploso Mauser Marina (9 rosso) –

Si può apprezzare bene la sofisticata complicazione del meccanismo, formato da elementi lavorati dal pieno e genialmente funzionanti uniti a incastro, per cui l’unica vite presente è quella che unisce le guancette e non ci sono perni o spine. L’arma è formata dalla canna che si prolunga in una coda cava squadrata, che contiene l’otturatore a forma di parallelepipedo rettangolo, a sua volta contenente il percussore e le sue molle.

La chiusura è stabile: allo sparo canna e otturatore arretrano brevemente uniti da un blocco che con due risalti si inserisce sotto l’otturatore, e che poi ruotando in basso libera l’otturatore per il ciclo di sparo. Il fusto su cui scorre il gruppo canna/otturatore contiene anteriormente il serbatoio e posteriormente il gruppo meccanismi mobili di automatismo e sparo. Tutto dovette essere precisamente progettato, dimensionato e calibrato per funzionare in modo costante ed affidabile con la cartuccia appositamente preparata, la potente 7.63 Mauser derivata dalla progenitrice 7.65 Borchardt.

L’arma è un perfetto equilibrio di fattori concorrenti e contrastanti. All’epoca non c’erano i metodi di calcolo, la strumentazione, le attrezzature e i materiali attuali e quindi molto devono aver giocato l’intuizione, l’abilità e l’esperienza di un mondo del lavoro allora più “umano” di ora, il che per gli appassionati fa di quest’arma un’opera d’arte. La sua meccanica servirà poi da forte ispirazione per il progetto della Glisenti 1910.

La Glisenti 1910

Dopo anni anche l’Esercito decise di adottare l’automatica per gli ufficiali, organizzando nel 1905 una serie di prove comparative, non un concorso, per modelli di concezione nazionale tra cui fu giudicato migliore e scelto il modello Glisenti 1906, quasi a trattativa privata. Esso dopo 4 anni di aggiustamenti progettuali (ed economici) divenne il modello 1910 d’ordinanza, figura a seguire:

– Glisenti 1910 –

L’esploso della Glisenti 1910 è visibile nell’immagine sotto:

– Esploso Glisenti 1910 –

Altra concorrente fu la Vitali, dalla cui stravagante organizzazione meccanica a doppia azione e chiusura a blocco cadente e dalla cui rassomiglianza con una rivoltella dalla improbabile ergonomia si arguisce come fosse difficile distaccarsi dalle idee acquisite e progettare qualcosa di radicalmente diverso. Qui la sezione dell’arma, come curiosità bene esplicativa:

– Sezione pistola Vitali –

Il progetto della Glisenti 1910 fu fortemente influenzato dalla C99 per la meccanica di canna, otturatore e sistema di chiusura stabile e dalla Luger Parabellum per l’impostazione formale. L’arma è elegante, di buoni materiali ottimamente lavorati e con finitura eccellente e tuttavia ha un vizio nascosto che l’ha fatta criticare (anche troppo), che è una certa debolezza strutturale. La Luger cui la Glisenti si ispirava era nata in calibro 7.65 Parabellum ed essa fu prevista per la stessa cartuccia, ma depotenziata, un 7.65 Glisenti per cui fu camerata una prima piccola serie di pistole essendo il modello stato adottato ufficialmente nel 1906. La Luger fu poi adottata dall’Impero Tedesco come P08 in calibro 9 Parabellum e anche l’Esercito in trattativa richiese come modifica lo stesso calibro, ritenendolo più adatto a un’arma da guerra.

Esso però era decisamente troppo potente per essere camerato. Allora, anziché irrobustire l’arma, il che avrebbe imposto riprogettazione e riattrezzatura, fu proposto e accettato di camerare una cartuccia dimensionalmente identica al 9 Parabellum, ma significativamente depotenziata (con energia 36 kgm anziché 54 Kgm) e di chiamarla 9 Glisenti, poi detto anche 9 Lungo. L’arma così camerata divenne il modello 1910. Si evidenziò comunque la debolezza strutturale che ne fece la cattiva fama. Quando poi nella 2a Guerra in tempi in cui si sparava qualunque cartuccia reperibile la 1910 si trovò a digerire le potenti cartucce 9 Parabellum per il mitra MAB essa confermò la fama di arma debole che si rompeva.

L’elemento debole è il perno su cui è fulcrato il dente ruotante che effettua la chiusura stabile (vedi sotto) fissato per ribattitura nel fianco destro del fusto e semplicemente appoggiato inserito in un incavo della cartella sinistra che è amovibile. La cartella amovibile è di gran comodità per pulizia e manutenzione ed era comune nelle rivoltelle militari europee dell’ultima generazione, ma in un’automatica garantisce instabilità per la scarsa rigidità dell’insieme, fungendo anche da solco di guida per la rotaia di scorrimento del gruppo canna/culatta.

– Perno Glisenti 1910 –

Come detto, il progetto Glisenti si ispirò a quelli tedeschi ma con particolarità proprie come il perno e la cartella mobile, che sono anche le sue debolezze. Non esisteva ancora l’analisi strutturale agli elementi finiti che avrebbe evidenziato qualunque criticità e i materiali, i metodi di lavorazione e di trattamento oggi sono migliori. Ma anche allora si producevano armi eccellenti adeguate all’utilizzo previsto il che mi fa sospettare che questo progetto sia uscito più dal banco da lavoro e dal tavolo da disegno che dal foglio di calcolo e progettazione. In verità il prototipo sottoposto a prove dalla Glisenti ed approvato risultò essere stato costruito quasi artigianalmente a mano con arte eccellente ma senza alcun riguardo alla industrializzazione del prodotto, per cui la Meccanica Bresciana Tempini, subentrata che poi provvide alla produzione dei 30.000 esemplari contrattuali, si trovò in difficoltà ad attrezzarsi per gli adatti cicli di lavorazione.

Il percorso dell’adozione della 1910 lasciò adito a perplessità: il progettista A. B. Revelli depositò il relativo brevetto a nome della Glisenti, non volendo comparire facendo parte della commissione giudicatrice. La Glisenti poi trattò direttamente col Ministero della Guerra ottenendo condizioni favorevoli e forzando oltre le raccomandazioni di commissioni ed enti militari preposti, che conseguentemente non riconobbero responsabilità nell’adozione. La Meccanica Bresciana Tempini, subentrata, si trovò presa in una annosa defatigante serie di rivendicazioni e contrattazioni per cui la 1910 uscì dopo 4 anni di aggiustamenti tecnici ed economici e con uno strascico di polemiche e sospetti. Tanto che la Commissione parlamentare d’inchiesta per le forniture all’esercito che poi esaminò la vicenda scrisse nel suo rapporto:

” …Da tutto ciò sembra alla Commissione che il prezzo avrebbe dovuto essere più limitato”.

Il che fa bene apprezzare la irreprimibile costanza di certi nostri comportamenti nazionali!
Quando poi l’altra Arma, la Marina, decise di dotarsi della Glisenti furono finalmente apportate le necessarie modifiche strutturali e fu prodotta un’arma di qualità finalmente al livello desiderato, una 1910 semplificata e rinforzata pesante ben 150 grammi in più che fu chiamata Brixia. In 5000 esemplari armò come Modello 1912 la Marina ed oggi è un pezzo collezionistico di valore.

– Brixia 1912 –

Glisenti 1910: un po’ di anatomia

In figura sono illustrate con frecce di vari colori le funzioni dell’arma:

  • Rosso – sicurezze: sicura all’impugnatura e sicura all’otturatore
  • Azzurro – catena di scatto: cuspide del grilletto, cuspide della leva di scatto, fermo del percussore
  • Giallo – sistema di chiusura: blocco rotante con la sua molla a lamina e incavo di contrasto nell’otturatore
  • Verde chiaro – molla del percussore e di richiamo otturatore, molla di richiamo gruppo canna e culatta
  • Arancio – pulsanti: fermo otturatore in apertura, fermo caricatore
  • Verde scuro – traversino di fermo otturatore, vite di blocco cartelle laterale
  • Viola – cartella laterale

– Anatomia Glisenti 1910 –

Le Beretta

Le pistole di grande potenza a chiusura stabile sono il massimo. Ma c’era chi lavorando con la chiusura labile aveva pure raggiunto ottimi risultati: la “piccola” FN 1900 fu la prima automatica di grandissima diffusione anche come arma militare nonostante il non potente calibro 7.65 Browning, grazie a affidabilità e semplicità del progetto di J.M.Browning. Il quale con la FN 1903 Modèle de Guerre progettò un’arma a chiusura labile per uso militare in calibro 9 Browning Long (energia 40 kgm) semplice e abbastanza potente come arma bellica. In Spagna, a Eibar nei Paesi Baschi, c’erano tradizionalmente molte piccole industrie armiere non particolarmente evolute che copiarono il progetto, semplificandolo ulteriormente ed apportandovi anche contributi originali per adattarlo alle proprie possibilità produttive. Ne risultò un tipo di pistola detto “di Eibar”, in 7.65 Browning, il cui rappresentante migliore fu la Ruby della Gabilondo y Urresti. Probabilmente non derivava da un vero e accurato progetto originale ma piuttosto, per così dire, dall’uso del pantografo.

A favore della sicurezza causa i non eccelsi materiali usati sono armi grosse e massicce rispetto al calibro, con spessori e pesi sovrabbondanti e una finitura modesta. Le Eibar sono poco considerate dal collezionismo, ma a mio umile parere ogni arma con un contenuto tecnico è significativa. Infatti durante la 1a Guerra Mondiale la Francia e poi anche l’Italia si rivolsero in emergenza alle industrie spagnole per acquistare a centinaia di migliaia pistole e rivoltelle che soddisfacessero la enorme richiesta di materiali da dissipare sui fronti. Tra esse le automatiche tipo Eibar. In Italia la Beretta, criticando qualità e materiali delle Eibar e vedendo l’opportunità, si propose per la fornitura di pistole automatiche, settore in cui non aveva precedente esperienza. In breve produsse il modello 1915 in 9 Glisenti e poi la 1917 in 7.65 Browning, ottime pistole costruite con materiali superiori.

Esse sono a chiusura labile e canna fissa, strutturalmente semplici ispirandosi alquanto al concetto del tipo Eibar: elemento più evidente di analogia è la leva di sicura posta sopra il grilletto che serve anche da fermo del carrello per lo smontaggio e col suo perno fa contrasto per la molla di recupero. Il carrello è aperto superiormente, con lo stile tipico della casa gardonese che si è mantenuto sino ad oggi.

Beretta ottenne il brevetto 1915-1919 in base a cui furono sviluppati i modelli successivi. Tutte le Beretta sino a dopo la 2a Guerra sono a chiusura labile e a parte successive differenze migliorative tra i diversi modelli, si può dire che si tratta di variazioni sul tema dello stesso progetto di base, che trovò la sua espressione più alta nel modello 1934 per il Regio Esercito.

La 34 è un’arma eccellente per gli scopi per cui fu progettata: semplice e compatta, robusta ed affidabile. Gli aspetti criticati sono generalmente due: il calibro 9 Browning ritenuto leggero per uso bellico e lo scatto di pesantezza eccessiva, sino a 4kg. Il calibro sembra sufficiente per la difesa ravvicinata, considerati analoghi calibri militari contemporanei come l’inglese 300 S&W o il francese 7.65 Long. Lo scatto si dice fosse volutamente lasciato pesante per evitare spari accidentali in condizioni di agitazione e avere sicurezza di accensione con qualunque innesco. La piccola 34 aveva robustezza, durata, tolleranza agli abusi e affidabilità in condizioni estreme pari e anche maggiori delle grandi potenti contemporanee pistole militari a chiusura stabile, col vantaggio di economicità ed adeguatezza alle possibilità industriali e di risorse dell’Italia, che nonostante la retorica del regime era pur sempre “la più piccola delle grandi potenze”.

È stato scritto che: “i prodotti di Casa Beretta hanno sempre avuto la semplicità concettuale come tratto caratteristico, per ottenere il miglior risultato col minimo sforzo senza però scendere a compromessi sulle prestazioni da ottenere. Sotto questo aspetto la 34 è stata un vero capolavoro” [3].

In figura una Alkartasuna Ruby di tipo Eibar e la Beretta 1917, entrambe in 7.65 Browning. Nonostante l’aspetto differente l’impostazione è simile soprattutto internamente: saranno sorellastre, solo lontane parenti o del tutto estranee?

– Alkartasuna Ruby (in alto) e Beretta 1917 (in basso)-

– Anatomia Alkartasuna Ruby –

– Anatomia Beretta 1917 –

Riportiamo sotto l’immagine di una Beretta 34, esemplare del 1940 XIX EF. Arma da fianco del Regio Esercito in guerra, presente su tutti i fronti, da cui si diffuse nel mondo come molto ricercato souvenir di preda bellica, apprezzato per le sue qualità.

– Beretta 34 (1940) –

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
[1]. La Mauser 1899 -Vincenzo Fortunati – Editoriale Olimpia
[2]. Le cinque vite della GLISENTI 1910 – Marcianò/Simoni – Ermanno Albertelli Editore
[3]. Le pistole della seconda guerra mondiale – Vittorio Balzi – Editoriale Olimpia
[4]. Pistole militari italiane – Luciano Salvatici – Editoriale Olimpia
[5]. Pietro Beretta Le automatiche i progetti anteguerra – Menchini/Taviani – Editoriale Olimpia
[6]. Pistols and Revolvers – National Rifle Association of America
[7]. Storia della Artiglieria Italiana – Parte III Volume VII – Rivista d’Artiglieria e Genio – ROMA – XIX E.F.
[8]. Tecnologia delle armi da fuoco portatili – Giuseppe de Florentiis – Hoepli
[9]. Istruzione sulla Pistola Automatica M.910 – Ministero Della Guerra – Roma 1911

 
 


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